La cerimonia d’apertura dei Giochi? “Leftie crap”

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Talvolta si sente dire che personaggi “eclettici” come Mario Borghezio o Roberto Calderoli non sarebbero mai stati eletti a rappresentare la collettività, al di là degli italici confini; nei paesi “più civili” personaggi del loro calibro non avrebbero vita facile, visto il grande e diffuso senso di rispetto verso le istituzioni. Insomma, i nostri, quando indossano magliettine su Maometto o propongono di vendere la Campania agli Usa, sono un problema tipicamente italiano.

E invece  - parrebbe – il sordido germe dell’idiozia colpisce anche a latitudini insospettabili, a giudicare da un paio di tweet di ieri sera del parlamentare inglese Aidan Burley, durante la cerimonia d’apertura della XXX Olimpiade, di scena a Londra. Il tory di ferro, 32 anni, si è pronunciato poco diplomaticamente sul lavoro scenografico ad opera di Danny Boyle (regista di “Trainspotting” e “The Millionaire”), definendolo prima “la cerimonia d’apertura più sinistrorsa che abbia mai visto – peggio di quella di Pechino” e poi  “robaccia (a voler tradurre in maniera soft, ndr) multiculturale sinistrorsa”.

 

L’affondo di Burley fa riferimento a una serie di temi che, fra ricostruzioni storiche e richiami alla cultura pop, il regista ha aggiunto allo spettacolo – come fa notare Sarah Lyall sul NYTimes. Le suffragette, i manifestanti afro-caraibici per i diritti delle minoranze degli anni 70′-80′ e – soprattutto – personaggi ispirati ai membri delle trade union inglesi hanno infatti popolato la magnifica ed emozionante coreografia firmata da Boyle, che aveva in precedenza dichiarato di voler evitare qualsiasi influenza politica.

Evidentemente le rassicurazioni del regista non sono bastate all’MP conservatore, il quale, peraltro, poco più di un mese fa era finito nelle cronache dei tabloid per aver partecipato ad una festa di addio al celibato vestito da nazista. Insomma: sembra davvero opportuno spezzare una lancia in favore dei nostri idio… voglio dire, dei nostri personaggi eclettici; non sono soli, e facendo viaggi all’estero si farebbero molti amici. Se non fosse che viaggiare all’estero implica sempre una qualche dose di quell’odioso multiculturalismo.

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