Chi ha tradito la rivoluzione egiziana?

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In Egitto la situazione è sempre più tesa: a più di un anno dalla destituzione di Mubarak il paese appare sempre più preda delle sue divisioni interne. Dopo lo scioglimento del Parlamento controllato dai Fratelli musulmani – l’opposizione al governo ad interim dei militari che governa dalla cacciata del dittatore – e il ritardo nella pubblicazione degli esiti delle presidenziali del 16 e 17 giugno piazza Tahrir è tornata a riempirsi di persone. Stavolta, però, al clima festante seguito alla tanto decantata Primavera Araba, si è sostituita la rabbia di coloro a cui era stata promessa la rivoluzione.

Piazza Tahrir, il Cairo. (Photo credits to: Hossam el-Hamalawy)

La SCAF (Supreme Council of Armed Forces, la maggiore espressione dell’establishment militare del paese) a poche ora dalla chiusura dei seggi, domenica scorsa ha reso pubblica una dichiarazione in cui aumenta i poteri dell’attuale governo, togliendone de facto al presidente neoeletto. Il fatto ha fatto gridare allo scandalo l’opposizione dei Fratelli Musulmani, il cui candidato alla presidenza, Mohamed Morsi, nella sua campagna elettorale si era presentato come il garante delle conquiste dei moti insurrezionali dell’anno scorso.

I risultati del voto di ballottaggio tra Morsi e Ahmad Shafiq, il candidato della giunta ex fedele di Mubarak, presentatosi come l’uomo d’ordine di cui l’Egitto ha bisogno, erano stati inizialmente previsti per giovedì, ma sono stati rimandati all’ultimo minuto a data da destinarsi. I Fratelli Musulmani hanno dichiarato che il loro candidato avrebbe battuto Shafiq per pochi punti percentuali, ma il governo militare ha dichiarato di rifiutare “completamente” l’ipotesi di accreditare la vittoria all’opposizione.

La realtà è che il governo, in questi goffi tentativi di perdita di tempo, teme il potere che il gruppo islamico ha ottenuto negli ultimi mesi, giudicandolo un pericolo per il loro potere e arrivando ad arrogarsi poteri che non aveva nemmeno sotto Mubarak, come ha specificato Hillary Clinton.

Mohamed Morsi, anche qualora riuscisse ad essere eletto, finirebbe per essere forzatamente una marionetta nelle mani di un consiglio militare dai toni mai così autoritari, e sarebbe difficile, per lui, attuare le riforme di cui l’Egitto ha strettamente bisogno. Il nocciolo della questione è spiegato bene da Sara Khorshid sul New York Times:

Gli emendamenti (alla costituzione, ndr) e il referendum hanno segnato l’inizio di un processo che ha portato gli egiziani e il mondo a credere a torto che l’Egitto stesse venendo “democratizzato”. Il 19 marzo 2011 molti egiziani mostravano orgogliosamente le loro dita macchiate d’inchiostro, per simboleggiare la partecipazione a un referendum che pensavano ponesse le basi per una “strada di transizione verso un governo civile e democratico” come ai membri del consiglio piace chiamarla.

La situazione, in buona sostanza, non è poi così migliorata come gli entusiasmi della Primavera Araba (e del finto ruolo delle tecnologie 2.0 in essa) potevano lasciar pensare. Basti vedere queste bellissime foto apparse sul Post e riguardanti la manifestazione a sostegno di Morsi organizzata ieri dai Fratelli Musulmani in piazza Tahrir.

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