La necessità di un intervento in Siria

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A spiegare la gravità dell’odierna situazione siriana basterebbe la precipitosa ritirata degli osservatori dell’ONU, avvenuta due giorni fa dopo l’inasprimento dei bombardamenti del regime di Assad. La città di Homs, come specificano gli allarmanti dati del Syrian Observatory for Human Rights, ha contato altre 67 vittime nella sola giornata di ieri.

Photo credits to: FreedomHouse

Le forze delle Nazioni Unite hanno deciso di interrompere il loro ruolo di mediazione e controllo perché la situazione è divenuta insostenibile, troppo pericolosa: il 12 giugno un rapporto Onu aveva denunciato lo sfruttamento e la tortura a cui sono sottoposti i bambini in Siria, e lo stesso giorno gli osservatori erano stati presi di mira dal fuoco dei fedeli di Assad preso Haffa (poi conquistata dalle milizie del regime).

Dal massacro di Houla, la cittadina nel sud del paese dove il 25 maggio l’esercito e gli shabiha hanno ucciso a sangue freddo 100 persone (di cui 50 bambini), non è passato neanche un mese, ma l’intervento di Kofi Annan sembra aver avuto scarsi effetti nel raggiungimento di un punto di equilibro. Come spiega il Post Internazionale, il Piano di mediazione elaborato da Annan ormai tre mesi fa è stato disatteso sia dal regime di Assad che dai ribelli: il cessate il fuoco era previsto per il 12 aprile, ma gli scontri e le morti da allora sono addirittura aumentati.

A tenere banco, ora più che mai, è la possibilità di un intervento congiunto in Siria. C’è, tuttavia, la forte opposizione di Russia e Cina nei confronti di un conflitto contro Assad: in particolare, Mosca vuole evitare che il suo alleato – il regime siriano – si trovi in una situazione simile a quella recente della Libia.

Hillary Clinton, il Segretario di Stato USA, ha accusato il paese di Putin di rifornire di elicotteri da guerra Bashad al-Assad – giudicando perciò la Russia un complice dei crimini avvenuti nei dintorni di Damasco. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha respinto le accuse al mittente, sostenendo che il paese non sta violando alcun accordo internazionale. Dall’altra parte della barricata, in uno scenario da guerra fredda, gli Stati Uniti sono stati invece accostati alle operazioni di riarmo dell’esercito dei ribelli, le cui munizioni arrivano da Arabia Saudita e Qatar.

In ogni caso, come sentenzia il celebre proverbio africano, “quando gli elefanti combattono, è l’erba a venire schiacciata”. A guerra civile lontana da una soluzione pacifica, la popolazione siriana ha già subito perdite per circa 10.000 unità. I massacri si consumano quotidianamente, a velocità così incessante da diventare meri numeri di un bollettino di guerra. Forse, per fermare queste atrocità, sarebbe ora di ricorrere al settimo articolo della Carta Onu, quello che giustifica l’intervento.

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  1. Sul medesimo argomento, nel sito, una trattazione del perchè, a nostro parere, dalla Siria in poi o si riscrive l’equilibrio interno all’ONU, mettendo probabilmente mano all’intero sistema del Consiglio di Sicurezza e delle risoluzioni, oppure si accetta il rischio esponenziale di un conflitto su larga scala. Libia docet.
    Interessa la tua opinione.
    Grazie dell’attenzione,

    Corporeus corpora

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  2. Dave says:

    Grazie per la segnalazione, leggerò con attenzione.

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  1. upnews.it

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