Hexie Farm e la satira cinese

"Il Politburo cinese in guerra", una vignetta di quest'anno
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Negli ultimi tempi la Cina sta sperimentando il contatto con una forma di disobbedienza che nemmeno gli inflessibili apparati dirigenziali di Pechino sembrano saper affrontare: la satira online. Hexie Farm ( 蟹农场) è un blog salito agli onori della cronaca del Paese dal luglio 2011, quando iniziò a promuovere sulla blogosfera cinese le sue vignette di satira politica.


Per capire il senso del nome del cartoon è bene ricordare che in cinese – lingua molto protesa ai “doppi sensi” e alle omofonie -  i caratteri che significano “armonia” e “granchi di fiume” si leggono ugualmente (héxiè), con una differenza minima di tono. Il conflitto verbale è evocato dall’accostamento del pun con l’ideologia della “società armoniosa” propagandata dal Partito Comunista di Hu Jintao per giustificare il regime di censura e controllo.

Quanto a “farm”, l’evidente referenza è al celebre libro di Orwell, La fattoria degli animali. In poco tempo, il termine è entrato nello slang degli attivisti online per riferirsi al Grande Firewall cinese e il blog, sulla scorta di una diffusione capillare su network quali Weibo, ha totalizzato sempre più visite, costringendo il governo cinese ad aggiungerlo ai siti oggetto di censura sul finire dello scorso ottobre. Da allora, il sito è scomparso dai risultati delle ricerche in Cina.

Ma come si struttura, nel concreto, il primo fumetto di satira politica cinese? Hexie Farm spesso tratta argomenti e fatti sanguinosi, in cui la maggior parte delle volte compaiono il dittatore e il suo spietato apparato di fedelissimi, mentre la popolazione rimane in secondo piano, relegata ad un ruolo passivo.

Nella fattoria dei granchi a governare è un sistema monopartitico retto dal Party Party, una formazione politica immorale che obbliga la comunità a diventarne parte integrante, suo malgrado, per creare un’atmosfera di “armonia” asettica incapace di ostacolare i piani dell’oligarchia al potere.

L’anonimo autore delle vignette, passato alla cronaca col nickname di Crazy Crab, ha spiegato di non aver voluto originariamente occuparsi di politica e repressione, ma di esserne stato portato dopo aver assistito a taluni fatti che “rendevano impossibile il tacere”. Il Post Internazionale qualche tempo fa l’ha intervistato.

Notizia più recente è invece quella della (di fatto) cacciata da Pechino della corrispondente inglese di Al Jazeera, Melissa Chan e del suo team. “La prima azione simile da 14 anni a questa parte”, scrive il NYTimes. La ragione – non specificata da Pechino, che si è limitata a non rinnovare il visto dei giornalisti – sembra essere un documentario in lingua inglese trasmesso dall’emittente a novembre.

Crazy Crab ha dedicato all’avvenimento una vignetta molto eloquente, dove il Ministro degli Esteri Hong Lei – che non ha saputo giustificare l’allontanamento dei corrispondenti – si ripara dalle richieste di chiarimenti della stampa dietro lo scudo delle sue spiegazioni frettolose, facendo un sottile riferimento alla frase di un suo predecessore, Jiang Yu: “Non usate la legge come fosse uno scudo”.

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