E se Tiananmen non fosse Tiananmen?

Tank Man
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Oggi è il 4 giugno: sono passati esattamente 23 anni dalla protesta di piazza Tiananmen, la serie di fatti avvenuti a Pechino nel 1989 – anno della caduta dei regimi comunisti europei. La memoria delle vittime della repressione di Deng Xiaoping e la simbolica foto di Tank Man dell’Associated Press costituiscono ancora elementi di suggestione per gli amanti del Paese asiatico e non solo.

Il governo cinese, dal canto suo, come ogni anno si trova in difficoltà nell’affrontare l’eredità ideologica del movimento che decise di soffocare in quei giorni: persino i contenuti di Weibo, il social network più diffuso, sono oggetto di censura diretta ed indiscriminata. Come sottolineato da più parti, la domanda di riforme è per certi versi la stessa di 23 anni fa.

Ma, come ogni capitolo buio della storia cinese, anche Tiananmen è oggetto di dibattito. C’è innanzitutto un problema di numeri: le vittime accertate di quella notte oscillano, ufficialmente, dalle 300 del governo di Beijing alle 10.000 di alcuni osservatori esterni. C’è chi giura di aver visto coi propri occhi l’esercito sparare sulla folla di studenti e chi, come l’ex leader Wu’er Kaixi, parla dell’uccisione di 200 giovani inermi al centro della piazza. Ma c’è anche chi sostiene che a Tiananmen sia successo meno di ciò che diamo per scontato.

Jay Mathews, all’epoca corrispondente pechinese del Washington Post, nel 1998 – in occasione della visita ufficiale del Presidente Clinton – ha raccontato quelle ore macchiate di sangue in un articolo per il Columbia Journalism Review, dove spiega cosa accadde la notte tra il 3 e il 4 giugno 1989:

Nel corso degli ultimi dieci anni, molti giornalisti hanno preso per buona la versione mitica della calda e sanguinosa notte […] Il problema è questo: per quanto può essere stabilito dalle testimonianze disponibili, nessuno morì quella notte in piazza Tienanmen. Poca gente può essere stata uccisa da spari casuali nelle strade vicine, ma tutti i resoconti dei testimoni oculari dicono che agli studenti che rimasero nella piazza all’arrivo delle truppe fu permesso di andarsene in pace. Centinaia di persone persero la vita. Per la maggior parte lavoratori e passanti morirono quella notte, ma in posti differenti e in altre circostanze. La maggior parte dei centinaia di giornalisti stranieri quella notte, incluso me, era in altre parti della città o fu sgombrata dalla piazza per non assistere al capitolo finale della rivolta studentesca.

In realtà, racconta Mathews, all’epoca del viaggio di Clinton il Washington Post e il New York Times avevano messo in chiaro che la leggenda di Tiananmen era stata costruita ad arte dai media, “ma si trattava di brevi postille alla fine di lunghi articoli. Dubito che siano servite ad uccidere il mito”. Dubitava bene, in effetti.

La teoria è supportata non solo dalle parole di altri media e testimoni oculari presenti a Pechino quel giorno – che confermano, sì, le morti, ma in altre zone della città – ma anche da alcuni contenuti diffusi da Wikileaks e oggetto, esattamente un anno fa, di un pezzo chiarificatore del Telegraph. Un paio di cablogrammi inviati dall’ambasciata USA di Beijing il 3 giugno avallano la versione governativa dei fatti, che da sempre vuole che in piazza Tiananmen la polizia non aprì mai il fuoco sugli studenti:

Invece, i cablo dimostrano che i soldati cinesi aprirono il fuoco sui rivoltosi fuori dal centro di Pechino, per sgombrare la via verso la piazza dalla parte occidentale della città.

Gli esperti di diritti umani George Black e Robin Munro, fortemente critici del regime cinese e dei suoi soprusi, nel 1993 ebbero a scrivere che “non ci fu nessun massacro in piazza Tiananmen”, così come sembra dimostrare un altro cablogramma USA – di poco posteriore ai precedenti – in cui un diplomatico cileno racconta di essere rimasto in piazza e di aver negato alcun “massiccio fuoco sulla folla”. A scanso di equivoci: all’epoca in Cile c’era ancora un certo Augusto Pinochet, tutto tranne che incline a edulcorare i crimini comunisti.

Quale che sia la verità, l’assenza quasi esclusiva di documenti audiovisivi che fughino ogni dubbio (quella di Tank Man è una delle poche foto delle immediate vicinanze della piazza) lascerà sempre spazio a polemiche e smentite. Tuttavia, per quanto indubbio che quella notte centinaia di innocenti vennero annientati, il “dove” assume un’importanza fondamentale: il disegno del Partito, infatti, con la promulgazione della “legge marziale” sarebbe così stato quello di mettere a tacere l’opposizione di operai e cittadini comuni, molto più numerosi e – di conseguenza -pericolosi degli studenti presenti in piazza.

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