Babbo Natale non esiste e Obama non è Don Bosco

Ad inizio 2008, quando Barack Obama – non ancora Presidente – raccoglieva imprevedibili successi nei caucus degli Stati americani, Christian Rocca parlava così della nuova stella della politica d’oltreoceano:

L’America [...] sta vivendo a pieno regime il fenomeno Obama ed è percorsa da uno straordinario entusiasmo che non conosce confini partitici e ideologici, solo clintoniani. C’è chi descrive il senatore dell’Illinois come il nuovo Kennedy [...] chi come il nuovo Reagan. Per tutti è il nuovo messia di Washington, una rock star prestata alla politica, un salvatore della patria capace, come ripete lui stesso a ogni comizio, di poter “guarire il paese” e tirarlo fuori dalle trincee delle battaglie culturali degli anni Sessanta e da quelle partitiche dei Novanta. I democratici hanno finalmente trovato un candidato di cui innamorarsi.

L’obamesimo era iniziato. Tutta l’intellighenzia liberal era schierata col candidato democratico, l’uomo che conosceva i ghetti di Chicago e aveva affrontato e sconfitto i pregiudizi razziali, arrivando ad accattivarsi simpatie nel campus di Harvard. Il politico dalla storia inedita, partito dal Kenya delle tribù ed arrivato al Senato del Paese più potente del mondo. Gli Stati Uniti erano invasi da una ventata di ottimismo e fiducia in un futuro radicalmente diverso. Yes we can, appunto.

Photo credits to: DonkeyHotey

Con la sua vittoria alle presidenziali – raccolta sull’onda dell’entusiasmo il 4 novembre 2008 – Obama prometteva di porre subito fine alla dangerous distraction della guerra in Iraq, di opporsi agli emendamenti alla legge sulla sorveglianza (che avrebbero permesso alla National Security Agency - o NSA – di spiare in segreto milioni di americani) come voluti dall’amministrazione Bush e di chiudere la prigione di Guantanamo. Ma non è tutto: il neo-Presidente aveva lasciato intendere di poter portare il conflitto Israele-Palestina ad una soluzione (quella dei due Stati autonomi) e garantiva protezione e supporto per i whistleblowers, coloro che denunciano illegalità in un’azienda.

Sembrava l’inizio di una favola e anche noi, nel nostro piccolo, avevamo deciso di scimmiottare il vento di cambiamento, affidandolo nientemeno che a Veltroni, che non sarà nato alle Hawaii da padre keniano ma era ciò che passava il convento. Ovunque analisti sottolineavano l’innovazione del candidato Web-friendly, che aveva fatto campagna sui social network e puntato sul branding come mai nessuno prima di allora. Le colline erano in fiore e tutti erano felici, ad Obamalandia.

Dopo quattro anni, però, anche i supporter più incrollabili hanno dovuto fare i conti con la realtà seguita alla fantasia. Alla tutto tranne che immediata ritirata dall’Iraq sono seguite la guerra in Afghanistan e la tensione sempre maggiore con l’Iran; Guantanamo funziona ancora a pieno regime e la NSA ha ampliato il suo raggio d’azione. Aaron David Miller, un consigliere politico per l’area mediorientale, ha definito Barack Obama “un George W. Bush sotto steroidi”. Una definizione che tempo prima era stata riservata a Rick Perry, l’ultraconservatore governatore del Texas.

Stupisce poco, allora, la recente notizia che vedrebbe il Presidente eseguire materialmente condanne a morte di sospetti terroristi, sulla base di una “kill-list” da lui stesso gestita. Non deve far gridare allo scandalo, leggere che la pratica delle detenzioni illegali e la secretazione di documenti governativi non sono diminuite dalla fine dell’era Bush. Perché le favole sono sempre belle, ma prima o poi è utile scoprire che Babbo Natale non esiste. E che Barack Obama non è Don Bosco.

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