La ballata di Blake

L’ultima volta che vidi Blake O’Connor fu in un pomeriggio d’estate, ma non saprei dire precisamente di quale anno. Uno di quelli in cui vivevamo ancora lungo l’ansa che l’Hudson descrive vicino a Newburgh. Se ne stava lì, con uno strano ghigno dipinto su quella faccia da irlandese e la sua camicia che indossava sempre, aperta vicino al collo. Emanava un forte odore di whiskey, per quel che ricordo, e mia madre non lo vedeva di buon occhio.

“Quanto ti fermerai, Blake?” aveva chiesto invece mio padre. Lui stravedeva per il nostro ospite occasionale, non so se perché rivedeva in lui l’avventuriero dei suoi film preferiti o perché gli faceva ripensare ai colori accesi dei prati che aveva lasciato in Irlanda quasi sessant’anni prima. “Quanto basta, Ike”. L’educazione non era il suo forte, ma ormai eravamo abituati alla sua mancanza di premure.

Photo credits to: Silentmind8

Blake O’Connor era una ventata improvvisa che, di tanto in tanto, rimestava l’aria stagnante delle nostre vite. Si sedeva sulla vecchia sedia a dondolo della veranda e raccontava storie così incredibili da tenermi sveglio la notte, a fissare le travi logore che reggevano il soffitto. Mio padre lo ascoltava rapito con la sedia girata al contrario mentre, con ampi gesti, descriveva le praterie dell’Arizona e le dimensioni dei bufali che una volta aveva visto in Colorado. Per noi era come un jukebox che invece delle monete accettava solo bicchieri di scotch.

Quando se ne andava ci lasciava a fantasticare per giorni sui luoghi dei suoi racconti. “Pensate a studiare”, diceva mamma quando ne parlavamo troppo. Va detto che non sempre il vecchio Blake era così di compagnia: ogni tanto te lo ritrovavi in casa mezzo sbronzo e col volto tumefatto, e l’unico con cui voleva parlare era il cuscino del letto di paglia e lana che gli preparavamo.

Mio padre non disse mai – che io ricordi – come l’aveva conosciuto. “Il mio amico Blake”, si limitava a dire, pensando che fosse una spiegazione che giustificava il suo andare in giro per la nostra proprietà. Io penso che in realtà l’avesse conosciuto per caso, come si conosce un’idea, e ci si fosse affezionato al punto da non poter fare a meno della sua compagnia e del suo alito fetente.

Prima di andarsene, Blake O’Connor diceva sempre che sarebbe tornato la stagione seguente, prima o poi, ma il tempo per lui era puramente soggettivo. Non era uno di quegli uomini che si preoccupano del tempo. Guardandolo allontanarsi nel vialetto, non sapevi mai se considerarlo un eroe mitico o uno di quegli stronzi che l’inverno ogni tanto prendeva con sé. Però, nel dubbio, gli volevi bene.

Non torno mai più, dopo, ma passarono molti altri anni prima che noi bambini smettemmo di parlare delle grandi praterie dell’Arizona.

N.B. Il personaggio di Blake O’Connor è puramente inventato, come chiunque ha già capito. In caso vostra zia si chiami così, vi suggerisco di spostare la vostra preoccupazione su di lei. Se esiste veramente un personaggio ‘sì nomato (e pare esista) mi auguro che se la passi bene. Che abbia una bella macchina, un lavoro soddisfacente, nessun problema di minzione e tutto il resto.

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